immagine articolo (1)Oggi è un giorno drammatico per l’Unione Europea e per (quel che rimane del) la Gran Bretagna.

Nella notte tra il 23 e il 24 giugno il popolo del Regno Unito è stato chiamato a scegliere su una questione delicatissima per le sorti del Vecchio Continente (e non solo) sulla permanenza o meno nell’Unione Europea.

E il popolo ha scelto: via dall’UE.

Abbiamo permesso a personaggi quali Farage, Marine LePen e Salvini (gente che riuscirebbe a far sembrare il dodo come uno degli animali più intelligenti del pianeta se esistessero ancora) di conquistare la scena politica europea dando, probabilmente, il via a un pericoloso effetto domino che, qualora non venisse fermato, rischia di far collassare quasi un secolo di storia e di buttare nel secchio un sogno che, tra forti difficoltà, era ormai diventato realtà.

Andiamo con ordine: come siamo arrivati al referendum?

 La colpa è solo del premier David Cameron che promise, nel 2015, di organizzare un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’UE, accogliendo le richieste presentate da diversi suoi colleghi di partito e da quello per l’indipendenza del Regno Unito (UKIP) di Nigel Farage (alleato di Grillo all’europarlamento).

Addirittura l’arrogante Cameron minacciò che avrebbe favorito la campagna “No UE” se le autorità europee non avessero accolto le sue richieste su vari temi di politica estera ed economica.

Cameron in quell’occasione ottenne quasi tutto quel che pretese (come il bullo che ottiene soldi per la merenda dal secchione).

Ma a quel punto la promessa fatta andava mantenuta.

Il suo patetico tentativo di fare “dietro front” osteggiando la fuoriuscita non è bastato e adesso si è giustamente dimesso, pagando la sua politica fallimentare. Se non altro ci liberiamo di uno dei leader più ottusi degli ultimi anni a favore di un Farage esaltato dal risultato e di cui evito di scrivere commenti.

Cosa succede adesso in Gran Bretagna?

 immagine dentro l'articolo

Innanzitutto non chiamiamola più “Gran Bretagna” ma “Engallesland” visto che Scozia e Irlanda del Nord, territori da sempre irrequieti, non hanno alcuna intenzione di abbandonare mamma Europa per restare sotto l’odiata corona inglese.

I dati giunti dai seggi dimostrano come i due territori abbiano votato all’unanimità a favore della permanenza nell’UE e ora si aprono nuovi scenari che potrebbero portare in tempi brevi a far perdere alla Corona due tasselli fondamentali del Regno.

“Il voto qui chiarisce che il popolo scozzese vede il suo futuro nell’Unione Europea” ha dichiarato il primo ministro scozzese Sturgeon, che non esclude l’ipotesi di un nuovo referendum sull’indipendenza scozzese. “La Scozia ha parlato. E ha parlato chiaro”.

Il nuovo referendum sull’indipendenza scozzese e tutt’altro che un mero slogan elettorale visto che era previsto negli accordi del 2015 di Cameron di permettere una seconda consultazione nei territori citati in caso di vittoria del fronte “leave”.

In Irlanda del Nord il gioco diventa ancora più duro “Con l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, l’Irlanda dovrebbe andare al voto per la propria riunificazione”, ha detto il vicepremier dell’Irlanda del Nord, Martin McGuinness, storico leader del partito nazionalista irlandese Sinn Féin ed ex affiliato dell’Ira.

Probabilmente una provocazione ma, visto quanto deciso da Cameron l’anno scorso, ormai tutto può succedere e nulla lascia immaginare che i nordirlandesi possano intanto riprendersi la propria sovranità.

Ma i problemi non sono solo di ordine “territoriale”.

In queste ore stiamo assistendo a un vero e proprio tracollo delle borse europee (specialmente la borsa britannica) e ad una lenta (ma neanche troppo) svalutazione della Sterlina.

Perché una Gran Bretagna senza Europa rende più debole l’una e l’altra.

Francoforte perde il 10% in linea con Londra e Parigi. In mattinata Tokyo ha perso il 7,92% (archiviando la peggior seduta dall’incidente nucleare di Fukishima) mentre la sterlina, dal picco più altro degli ultimi 30 anni che l’ha portata a valere quasi 1,50 dollari, precipita sotto al minimo storico del 1985 arrivando a valere 1,33 dollari ed è a un passo dal collasso (e sono passato poche ore dai risultati elettorali).

Questo significa che gli inglesi non potranno più fare la parte del leone per diversi anni sui mercati e che, paradossalmente, se sopravvive l’euro e l’UE, sarà più “abbordabile” farsi una vacanza a Londra (previo passaporto).

Ma non ci sperate se torniamo alla lira.

Cosa succede adesso tra Gran Bretagna e Unione Europea?

Il Regno Unito dovrà comunicare formalmente al Consiglio europeo la sua intenzione di lasciare l’Unione Europea, facendo appello all’articolo 50 del Trattato di Lisbona (pilastro fondamentale dell’Unione Europea) e dovrà rinegoziare circa 80mila pagine di accordi internazionali.

Questo potrebbe rivoltarsi tranquillamente contro di loro come “rappresaglia” diplomatica.

Il governo britannico continuerà a ripetere che il 44 per cento delle esportazioni del Regno Unito sono dirette alla UE, mentre solo l’8 per cento delle esportazioni UE arrivano nel Paese: questo farà sì che sia proprio il Regno Unito a dover cedere nelle contrattazioni per un nuovo accordo (in fondo non si può uscire illesi dall’UE).

A proposito delle difficoltà che la Gran Bretagna potrebbe avere nelle relazioni con altri Paesi, si profila la possibilità che la Spagna chiuda la frontiera con Gibilterra (dove sono noti i conflitti tra corona spagnola e inglese per il dominio della Rocca), dove vivono 33mila britannici.

Ma non avranno tutta la vita per farlo: l’articolo 50 infatti stabilisce come tempo massimo 2 anni.

In questo lasso di tempo la Gran Bretagna dovrà continuare a rispettare i regolamenti europei, ma non parteciperà più al processo decisionale dell’Unione.

La Gran Bretagna rischia, insomma, di ritrovarsi letteralmente isolata.

Cosa succede adesso in Europa?

 In Europa bisognerà essere capaci di “tenere botta”.

Ovviamente il trend è quello che vede Marine LePen avere maggiori probabilità di insediarsi all’Eliseo (ha già parlato di “Frexit”) e, sulla stessa ondata populista, potrebbe avere vantaggio sia Salvini che Grillo (anche se quest’ ultimo ha fatto marcia indietro poche ore fa sulle sue posizioni antieuropeiste).

Il crescente successo del MoVimento, unito ai nuovi scenari post-Brexit, potrebbero far vacillare fortemente l’esecutivo e la stabilità politica in Italia in caso di vittoria del “NO” al referendum costituzionale (che di politico, tanto per cambiare, non ha niente).

C’è una possibilità che non si realizzi il risultato delle urne?

Paradossalmente sì.

Il referendum non ha quorum è di tipo consultivo e non è legalmente vincolante. In linea del tutto teorica, se vincesse la Brexit, il Parlamento potrebbe quindi intervenire per approvare una legge che impedisca l’uscita dall’Unione Europea, ma andare contro la volontà degli elettori sarebbe un suicidio politico.

 

 

 

 

Annunci